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Ambiente e Cenni storici
L'Orloiaro di Pesariis
L'Orologio da parete
Evoluzione degli orologi da torre
L'orloiaro di Pesariis

La mancanza in loco della materia prima ha condizionato lo sviluppo dell'artigianato del ferro a fronte di altre regioni più favorite quali la Stiria e la Baviera. Appare logico pensare che l'arte del fabbro fosse appresa altrove almeno all'inizio. E se è vero che la valle, popolata da contadini e boscaioli, abbisognava di ferrai che costruissero i relativi attrezzi da lavoro: falci, vanghe, forche, mannaie, lame dentate etc. erano rare le botteghe artigiane e limitate a quelle attività che trasmesse da padre in figlio richiedevano un'attrezzatura più complessa e particolareggiata. Sono gli stessi artigiani che lavoravano il metallo per costruire inferriate, serrature, alari e altri arredi, cui si aggiungono i bronzinai maestri nella tecnica della fusione. Il ferro, che veniva importato dall'Austria attraverso il canale detto, appunto, del Ferro, è materiale pregiato da utilizzare con parsimonia e abilità. Da qui la funzionalità di ogni arnese, la scrupolosa cura nella lavorazione in genere, viepiù raffinata secondo la destinazione d'uso. Un'attività di questo genere si era necessariamente diffusa nella Valle dove lo spirito di emulazione stimolava l'iniziativa e la curiosità; mentre la predisposizione alla manualità, il radicato ingegno dei montanari e l' istruzione, all'epoca diffusa più che altrove, moltiplicavano le probabilità che qualcuno emergesse per intelligenza e particolare sensibilità specialmente fra i fabbrimeccanici. Se si considera che a quel tempo, cioè dall'avvento della Repubblica Veneta, erano numerosi coloro che emigravano nelle Germanie e nelle Boemie per lavoro e per commerci (vedi i Cramârs), si può dedurre la connessione tra cose viste e la possibilità di ricrearle in proprio.
Il viaggiatore che si soffermava nella Selva Nera ad Augusta e Norimberga e che aveva la possibilità di osservare e apprezzare gli oggetti della orologeria colà particolarmente diffusa, realizzati con tecnologie e meccanismi relativamente complessi, costituiva il primo veicolo di propaganda se non di "spionaggio artigianale". Gli orologi della Selva Nera, a differenza di quelli della Baviera e dell'Austria, più raffinati ed eclettici, erano di una semplicità quasi rustica, prodotti artigianalmente in piccoli laboratori di tipo familiare e adatti alle esigenze del mondo contadino. E' dunque presumibile che qualche esemplare compiuto, importato in Val Pesarina, sia stato oggetto di valutazione e studio in funzione della sua riproducibilità; oppure che qualche emigrante artigiano fabbromeccanico abbia colà appreso il mestiere vuoi per quanto riguarda la costruzione e l'assemblaggio di meccanismi dell'orologio da torre sia per quella dell'orologio minore da parete e di uso domestico. Da questi presupposti si può affermare che il patrimonio derivato dalla produzione orologiaria in Val Pesarina non consegue da pittoresche leggende ma abbia avuto origini in loco.

Nell'elenco dei "Deputati e aggiunti sopra la Prevision del danaro" nel 1766 risultano complessivamente iscritti 64 artigiani e altri manifattori che diventano 164 nel 1790. Fra questi un certo numero si riferisce ai "ferrai". Nel Catasto Napoleonico (1812-1816) alcune aree con destinazione agricola in prossimità del torrente Pesarina, sono denominate "Farias" da precedente specifica destinazione, di proprietà di Solari Osaino quondam Osaino e di Solari Antonio quondam Giobatta; in località "Plait" di proprietà dei fratelli Capellari Mattia e Giobatta quondam Cristoforo sono indicate due botteghe da ferraio; nel Catasto Austriaco (1840-1880) risulta "un'area di maglio da ferro con pista da orzo ad acqua" in quel di Prato e demolita un'area di "maglio da ferro" a Osais.


Stampa raffigurante un venditore ambulante di orologi della Foresta Nera e un laboratorio di tipo familiare

A.S.U. Mappa Catastale Napoleonica (1813) del centro di Pesariis
Risalendo ancora nel tempo, negli atti notarili si legge che alla morte di Battista Gonano (1619) il lascito agli eredi comprende "molini, fucina et siega, et l'orto che è appresso detta siega." Due anni dopo (14 settembre 1621) la stessa proprietà viene suddivisa fra i tre fratelli Agostino, Giovanni e Pascolo due dei quali assegnatari della "fucina con il battaferro con tutti gli altri suoi ordegni." Il 7 dicembre 1621 Giovanni acquista da Agostino parte della fucina della quale si hanno nuovamente notizie il 26 aprile 1691 quando Iacomo Capellaro acquista la fucina dal suocero Osvaldo Gonano.
Iacomo Capellaro è fratello di quel Cristoforo che nell'albero genealogico della famiglia Capellari è indicato come "l'orloiario" ed è anche padre di quell'Osvaldo Capellaro al quale è stata commissionata nel 1730 unitamente al nipote Giacomo la costruzione dell'orologio di Salcano (Gorizia) e circa quattro anni prima quella di Tapogliano frazione di Campolongo al Torre. Da quanto descritto si evince che, all'epoca, il piccolo paese di Pesariis era un centro artigianale, se pur di limitate proporzioni, perché orologi a pendolo venivano fabbricati da diverse famiglie che poi vendevano su commissione a famiglie nobili friulane.
Nel 1725 a Pesariis iniziava ufficialmente l'attività della fabbrica degli orologi Solari. L'officina, così detta "Faria" si trova a circa un chilometro oltre il nucleo abitato di Pesariis e sorge in prossimità del Rio Possâl, dal cui salto d'acqua traeva la forza motrice necessaria attraverso una ruota a pale di legno. Inizialmente vi lavoravano non più di dieci persone, quasi tutti facenti parte della stessa famiglia e solo eccezionalmente qualche lavoratore esterno. Alla stessa data, secondo la testimonianza di Gianni Solari, risale il primo orologio da torre di sicura provenienza dalla "Solari" di Pesariis installato a Kres nell'isola di Lussino. E' accertato che dalla seconda metà del '700 la costruzione degli orologi è privilegio dei Solari la cui capacità imprenditoriale è stata garanzia di competitività sul mercato. La loro attività resistette allo scorrere degli anni e alle avversità; forte di una direzione rinnovantesi ad ogni generazione e di un personale tenace e provetto.
' una lunga storia: la strada di accesso alla fabbrica è stata ripristinata durante la prima guerra mondiale nel 1917; l'officina era raggiungibile percorrendo l'antico sentiero che conduceva al Rio Possâl fonte di energia per il funzionamento delle macchine; e, com'è vero che dalla testimonianza di Alfeo Solari certe macchine venivano costruite in loco almeno fino agli anni venti di questo secolo, è immaginabile quanto fosse autonoma e arcaica l'organizzazione meccanico strumentale alle origini.
L'economia dell'azienda era sostenuta anche dalla collaborazione degli abitanti della frazione, disponibili a concedere prestiti in caso di necessità dal momento che, considerati i lunghi tempi per costruire un solo orologio da torre, la ditta doveva anticipare i relativi costi talvolta per un anno. Il lavoro si svolgeva alla luce del giorno in tutte le sue fasi:i ruotismi venivano ricavati da lunghe e sottili sbarre di ferro, arroventate e curvate, saldate in cerchio perfetto. Si preparavano quindi i raggi o bracci che venivano fissati al cerchio di ferro in modo che la ruota montata sul suo asse o albero, ruotasse perfettamente.


La fabbrica Solari fino al 1930


Fresa interamente in legno

Una volta determinato il numero dei denti si marcava con un punzone la posizione della punta di ciascuno sulla periferia della ruota. Successivamente ogni dente doveva essere limato a mano lavorando il ferro a freddo. Era inoltre necessario usare qualche tipo di tornio per accertare la precisione di ogni ruota e per tornire gli alberi sui quali le ruote, i pignoni e le leve dovevano essere montati.
Per gli orologi domestici in ferro si impiegavano generalmente gli stessi metodi.Prima dell' introduzione delle frese, i denti si segnavano e limavano a mano per intagliare le ruote. Le frese consistevano in una incastellatura che sosteneva una piastra circolare contrassegnata da una serie di cerchi concentrici, ciascuno accuratamente suddiviso nelle proporzioni numeriche più probabili. La ruota grezza da intagliare veniva fissata sulla piastra e quest'ultima veniva fatta ruotare, una suddivisione per volta, intagliando ogni volta una tacca. La sagoma della ruota veniva montata sulla platina-indice e fissata in posizione. La platina-indice veniva fatta girare un settore alla volta e in ogni posizione si praticava un foro nella ruota. Questo metodo consentiva di ottenere una ruota tagliata con precisione, benché fosse poi necessario rifinire la sagoma di ogni dente con la lima.

 

 

L'orologio da parete
L'orologeria pesarina è l'esempio più rappresentativo dell'evoluto artigianato che dalla fine del 1600 fino ai primordi del 1800 rappresentò per Pesariis e la Carnia un fenomeno socio-economico parallelo all'attività tessile di Linussio. L'orologio da parete è il meccanismo che con quelli dell'orologio privato "di facciata" e quello per le torri campanarie e civiche coprì gran parte della produzione orologiaria Pesarina. Questo orologio, dal più semplice senza suoneria o con solo svegliarino, era composto, nella maggior parte, da due treni di ingranaggi: quello del tempo e quello della suoneria, quest'ultimo dipendente dal primo da ingegnosi leveraggi. Le tavole IV e V rappresentano fedelmente questo tipo di orologio del quale esistono in collezioni private e pubbliche ancora rari esemplari. Meno noti i fratelli maggiori di questa produzione abbandonati nei campanili e preda della ruggine. Unica differenza, quasi generale, il sistema di carica che nelle macchine più piccole era costituito da pulegge stringicorda a facce mordenti, mentre nelle macchine più grosse era costituito da un tamburo avvolgitore con cricco mosso da una manovella. Difficile rimane da stabilire se la produzione Pesarina incominciò con grossi orologi o con quelli domestici.

Orologio da parete con automa
Troviamo che nelle macchine più grosse la forma dei ritti verticali del castello presentano piedi sagomati a zampa e i terminali artisticamente battuti a riccio, chiare reminiscenze del mondo gotico nel quale nacque l'orologeria europea. Simili accenni si possono ritrovare anche nei castelli delle macchine più piccole, specialmente negli orologi di calibro medio (da facciata) e in quelli più artisticamente elaborati dove i pilastrini angolari sono finemente trattati fino alla lappatura del metallo. Mentre nel XVIII secolo la produzione d'oltralpe andava avviandosi verso la rivoluzione industriale, sostituendo alle corde le catene nei modelli minori, e le corde di acciaio prendevano il posto delle grosse corde nei campanili, nel Canale di San Canciano la tradizione persisteva in mancanza soprattutto di macchine utensili. Le macchine da torre, per ragioni di precisione e meno frequenti ricariche, accettarono per prime il movimento ad àncora e il pendolo lungo. Specialmente nei primi anni del 1800 i più vetusti movimenti a palette furono sostituiti con lo scappamento a rinculo prima e quello di Graham e a caviglie dopo. Alla corsa dell'ammodernamento parteciparono sovente anche i più modesti esemplari casalinghi che oggi si definirebbero rovinati nella loro originalità. Simile sorte toccò a tipiche casse guardacorde che furono sventrate ai lati per permettere l'oscillazione del pendolo lungo. Tutti i meccanismi dell'orologio venivano racchiusi in scatole metalliche di misure variabili comunque ridotte dotate di gancio ed appese per meglio visionarle e per lasciare spazio ai contrappesi sottostanti. Battevano le ore e le mezz'ore sul campanino e potevano anche avere il meccanismo della ripetizione che permetteva, tramite una leva, di azionare in qualsiasi momento il sistema di battuta per conoscere l'ora più vicina. La mostra, in genere molto semplice, era formata da una lastra di ferro decorato solitamente con tempere, coronata da un cimiero ornato o traforato che nascondeva il campanino per la cui fusione, in mancanza di combustibile idoneo (carbone) che permetteva di raggiungere elevate temperature, la lega metallica doveva necessariamente contenere una elevata percentuale di stagno che conferiva un singolare suono argentino. Il quadrante (anello orario) risultava impreziosito dalla scrittura delle ore in numeri romani, mentre gli indici in ferro battuto, traforati o fusi in bronzo erano a forma di raggi serpentini con borchia, intorno al quale si sviluppavano decorazioni nel gusto locale. I quattro angoli della mostra venivano impreziositi da decorazioni ispirate a motivi floreali e fogliami già tradotti negli arredi tipici della casa carnica. Sono decorazioni che resistono nel tempo con sobria linearità disdegnando l'evoluzione di moda e la frivolezza del rococò. Il pendolo corto, solidale all'asse con le palette, oscillava velocemente davanti alla mostra e presentava inferiormente e solitamente un pesetto a forma di pera. In rari casi, a coronamento del cimiero sopra la campana, qualche fantasiono artigiano collocava un "automa" figuretta mitologica con preferenza per i mori e gli gnomi tratti dalla leggenda popolare.
L'orologio così descritto riuscì a mantenere caratteristiche quasi identiche per tutto il XVIII secolo, nonostante che l'avvento di tecnologie più avanzate abbia segnato, nella esecuzione, importanti tappe verso quelle meccanizzazioni già in atto in altri paesi dell'Europa. Le viti al posto dei cunei, la scomparsa di elementi in ferro battuto, l'uso del pendolo di Huygens, la cui applicazione all'orologeria risale al 1657, e il dispositivo spartiora a chiocciola possono essere elementi utili alla datazione. Per quanto riguarda la costruzione degli orologi in legno è documentato che risale alla fine del 1700 e deriva dalla scoperta delle caratteristiche di questo materiale che poteva sostituire il metallo più costoso e di più difficoltoso reperimento; comunque consegue all'acquisizione della specifica tecnologia metallica. Purtroppo la deperibilità del materiale ha ridotto al minimo il numero degli esemplari superstiti. Si trattava di una tipologia derivante da una più vasta produzione che dal 1660 era fiorente nella città di Furtwangen nella Foresta Nera. Ancora nel 1800 la produzione in legno, in quella regione, si limitava alla scatola contenente i meccanismi in metallo.

Pendolo di Huygens
Ambiente e cenni storici
Valle Pesarina, denominazione che si sovrappone a quella storica di San Canciano e di Canal Pedarzo, prende il nome dal torrente che la percorre da Ponente a Levante e da Pesariis la cui notorietà, dovuta alla presenza della plurisecolare fabbrica degli orologi, primeggia sul toponimo comunale di Prato Carnico. La vallata è ridente come lo sono in genere le valli alpine in cui gli insediamenti urbani sono distribuiti con la logica di utilizzare al massimo le risorse del territorio, mentre la configurazione lineare del sistema insediativo è messo in stretta relazione con l'assetto geomorfologico e il tracciato viario di collegamento con il Comelico.
Il territorio, che ha il privilegio di essere racchiuso fra catene montuose che lo riparano dai venti e che beneficia dell'affluenza dei vapori umidi che provengono dal mare, ha clima relativamente mite sia pure con elevato indice di piovosità specialmente in primavera e nell'estate. Una peculiarità che ne ha disegnato il paesaggio naturale con verdi prati e vaste superfici boschive sulle cui risorse si è plasmata, nei secoli, l'autoctona cultura alpestre e contadina dei suoi abitanti.
Se ne ha testimonianza nella caratteristica strutturale delle sue case, contenute in spazi e volumi essenziali con tetti a due falde a forte pendenza su leggera orditura lignea, configurantesi in una tipologia abitativa intesa come il frutto di un sistema di norme e consuetudini lungamente sperimentate e leggibili nell'uso dei materiali e nelle tecniche costruttive strettamente legate al clima e alla natura del terreno. Anche il tipo di insediamento in villaggi agglomerati compatti è espressione di una vita comunitaria caratterizzata da un vivo senso di solidarietà. La sua storia, riconducibile per luce riflessa al tempo dei Romani presenti lungo la via Julia Augusta e dei Longobardi presenti a Invillino e nella Val di Gorto, è tratta dalla frammentazione documentale della giurisdizione ecclesiale dei Patriarchi di Aquileia e della Serenissima Repubblica Veneta a cui si allacciano alcune vicende trattate nella presente ricerca nel settore della orologeria pesarina. Attribuire ai vari periodi storici influenze determinanti lo sviluppo civile ed urbano delle comunità geograficamente penalizzate dalla lontananza delle grandi vie di transito, come lo è stato l'antico Canale di San Canciano o Canal Pedarzo, è perlomeno semplicistico perché nel suo isolamento peraltro lontano dalle scorribande dei predoni e dalle invasioni barbariche che altrove hanno sconvolto la vita delle genti, ha potuto gestire in autonomia il proprio destino. Per comprendere l'evolversi di quella che sarà la realtà socioeconomica della Vallata è opportuno il riferimento alla situazione insiediativa del Quartiere di Gorto nel periodo Patriarcale quando nel 1113 con l'atto di fondazione dell'Abbazia di Moggio si stabilì la dipendenza di Gorto dall'Abbazia medesima. Al Quartiere di Gorto appartenevano 52 villaggi costituenti 36 comuni; ogni comune aveva a capo il suo Meriga e i suoi Giurati con la propria rappresentanza nella Vicinia costituita da tutti i capi famiglia. Nel 1339, secondo lo storico Giovanni Gortani, gli abitanti del Canal Pedarzo rivolgevano preghiera all'Abate Gilberto affinché volesse concedere un proprio Vicario alla chiesa di San Canciano. L'Abate aderiva, subordinando al nuovo Vicario i villaggi di Avausa, Sostasio, Luch, Prico, Pieria, Truia, Osais, Pradumbli e Pesariis. Si ha inoltre notizia che Canal Pedarzo metteva capo a uno dei tredici passi di confine che la Carnia custodiva nei tempi di epidemia e di guerra; che in Pesariis v'era una Muda o Dogana e che vi risiedeva un Degano speciale le cui mansioni consistevano nell'esazione delle decime, dei censi, dei dazi dovuti allo Stato. Da un documento risalente al 1367 che notifica le attribuzioni e gli obblighi inerenti alla Decania di Canal di Gorto quanto all'altra di Canal Pedarzo, lo storico Gortani fa intendere che la Muda di Pesariis fosse più proficua di quella di Forno, che cioè la strada di Canal Pedarzo e il passo di Campo fossero a quell'epoca più frequentati che non l'altro di Sappada. Ecco perché Prato quale sede della chiesa di San Canciano, e Pesariis per il ruolo assunto, già nel 1602, ciascuno con quaranta "Focolaria" erano i centri più consistenti per dimensione e numero degli abitanti. All'interrogativo che s'impone sulle ragioni che hanno indotto la comunità di Pesariis a fondare le proprie radici nell'ambito meno soleggiato della Vallata, può corrispondere il ruolo rappresentato dalla emblematica "Casa della Pesa" edificio polifunzionale di uso pubblico di tipo amministrativo o per il controllo doganale presente all'epoca dei Patriarchi, che ha costituito il punto di riferimento per altre esigenze abitative dando avvio ad uno sviluppo urbano qualificato come si può constatare dalla comparazione urbana, tipologica ed architettonica fra i centri della Vallata.
Per concessione dei Patriarchi, i veri signori della Carnia, era stabilito sin da 1258 che gli originari di ogni comune godessero quei terreni che erano più alla portata di ognuno, esclusi i beni di investitura feudale. Nel 1580 alcuni boschi del territorio di Pesariis chiamati "delli remi" vennero banditi per i bisogni dell'arsenale della Serenissima Repubblica Veneta; gli altri boschi e pascoli rimanevano in godimento del comune di Pesariis. In seguito, sia i boschi "delli remi" e quelli in godimento alle singole "ville o comuni" sui quali comunque aveva dominio il Governi della Repubblica Veneta, furono oggetto di rilievi per altrettanti catastici (1726 e 1743) per precisare i confini a tutela di frequenti ruberie e usurpi. Dopo la caduta della Serenissima Repubblica Veneta, Pesariis, a differenza degli altri centri della Vallata, ha beneficiato dei privilegi precedentemente ottenuti assumendo una personalità giuridica a sé stante, distinta dal comune cui è aggregata, attraverso il diritto di uso civico del consistente patrimonio boschivo posto a ponente del suo abitato. Da ricordare che i "Villaggi" del canale formavano otto comuni che venivano amministrati dai suoi Merighi o Decani e che il capo, chiamato il Capitano minore, rappresentava i suddetti "Villaggi" negli affari di comune appartenenza sulla base delle deliberazioni che venivano prese dai rispettivi consigli comunali. Il 28 luglio 1806 i comuni del Canale presentano ricorso contro Pesariis richiamandosi all'antica "consuetudine in proposito di amministrazione di pascoli e boschi" in quanto i beni di proprietà dei singoli comuni da secoli venivano amministrati unitariamente. Poiché detto sistema amministrativo è venuto a cessare con la legislazione Napoleonica e nel 1807 iniziarono le operazioni per la fusione dei comuni, Pesariis con deliberazione unanime si oppose all'aggregazione con gli altri del Canale. Ciò malgrado, con lettera 31 ottobre 1810 del Vice Prefetto del Distretto di Tolmezzo in ordine al Decreto Vicereale del 28 settembre 1810 da attuarsi il giorno 1 gennaio 1811, Pesariis come tutti gli altri comuni del disciolto Canale di San Canciano fu aggregato al comune di Prato e Pradumbli dando origine al comune di Prato Carnico che allora contava una popolazione complessiva di 1474 abitanti. Quanto sopra è raccontato per ricordare la nascita dell'attuale comune di Prato Carnico e per sottolineare come la lunga vertenza tra Pesariis e le altre frazioni sulla diversa interpretazione della propria capacità giuridica, discenda da quel tempo per essere tacitata definitivamente intorno al 1930 con decisione del Consiglio di Stato che riconosce a Pesariis il diritto originario sui beni di uso civico. Questa è la storia degli eventi documentati; nella realtà di ogni giorno la popolazione della Vallata ha condotto da sempre una faticosa esistenza, costretta ad una laboriosa povertà dovuta alla natura del suolo avara di colture redditizie. Questo stato di necessità ha favorito la tendenza ad una rigorosa autarchia individuale e collettiva e conseguentemente: da una parte il destreggiarsi nei più diversi mestieri con il risultato che ciascuno aspira a bastare a se stesso, dall'altra l'avvio per secoli ad una emigrazione diffusa sostenuta sia dagli scambi commerciali sia dall'abilità dei suoi operosi lavoratori.
Evoluzione degli orologi da torre
Gli orologi da torre erano a pendolo con motore a pesi. Per la loro dimensione e per il costo del metallo venivano eseguiti solo su commissione. Durante il 1700 le macchine prodotte dalla fabbrica Solari venivano realizzate interamente in ferro battuto con un castello costituito da piatti di ferro assemblati mediante cunei metallici in seguito sostituiti con grossolani dadi filettati. All'interno di questo modello che non ha subito sostanziali modifiche nel tempo, i meccanismi sono stati oggetto di variazioni tecniche lungamente sperimentate.

Scappamento ad ancora a rinculo

Scappamento ad ancora di Graham
Specialmente nell'orologeria campanaria lo spartiore a ruota con tacche è stato preferito a quello sagomato a chiocciola; mentre lo scappamento si è evoluto dai primi modelli ad àncora a rinculo dal 1725 ca. al 1800; a caviglia in rari casi durante il 1800; ad àncora di Graham introdotta alla fine del XIX secolo.
Durante il 1800 anche il telaio subisce importanti cambiamenti perché viene assemblato con elementi in fusione di ghisa eseguiti presso fonderie industriali sustampi in legno forniti dal costruttore il quale, invece, curava in proprio le fusioni in ottone per i ruotismi. A proposito di fusioni è opportuno ricordare la presenza a Pesariis di bronzinai il cui segreto nella costruzione di paioli in bronzo si è tramandato per almeno tre secoli (1600-1900), lasciando in eredità lo storico "bronzino", simbolo del paese. Con la fusione del telaio sono state introdotte altre innovazioni quali i filetti che dal tipo inglese Withworth vengono modificati in quelli cosiddetti "metrici"; la dentatura modulare di tipo epicicloidale; le boccole ad eccentrico; esclusione dell'uso delle gabbie. Nello stesso periodo anche i meccanismi sono differenziati secondo la loro complessità: il più semplice indicava soltanto le ore su uno o più quadranti; il più complesso consentiva, mediante tiranti, il battito delle ore, mezze ore e quarti di ora su una o più campane. La dimensione degli orologi, i pesi motori in pietra che calavano all'interno dei campanili e i batacchi erano proporzionati al peso delle campane e alla lunghezza e robustezza degli indici.

Fissaggio a spine coniche
Gli orologi erano a funzionamento completamente autonomo con carica a mano fino a quando non é stata elettrificata verso gli anni trenta di questo secolo con tutti i vantaggi che ne sono derivati. All'inizio del 1900 la ditta Solari realizzava un modello di orologio innovativo, sotto l'aspetto costruttivo tecnologico ed estetico, la cui descrizione particolareggiata è leggibile nel catalogo pubblicitario divulgato nel 1914 e indirizzato ai maggiori committenti: parrocchie, comuni, stazioni, ospedali.

Fissaggio a dadi filettati
Merita ricordare che l'archivio della ditta Solari, contenente la documentazione storica dell'attività produttiva dalle origini, è andato completamente distrutto nel 1944 dall'intervento vandalico delle truppe di occupazione cosacca allorquando utilizzarono la carta dei documenti per confezionare sigarette. La F.lli Solari assumeva la fornitura di orologi di qualsiasi grandezza e forma con preferenza per il sistema verticale ed era disponibile a riparare e modificare i vecchi modelli. Inoltre, su richiesta, forniva quadranti trasparenti o di altro tipo e campane in bronzo con i relativi sostegni. Per quanto segue si fa riferimento al catalogo sopracitato. Descrizione dell'orologio verticale: "I nostri orologi di forma verticale, unica per specialità in Italia e rassomigliante alla forma Germanica, consiste in un robusto ed elegante castello in ghisa, al quale vengono fissate con apposite viti le lamine che sostengono l'intero apparato rotativo e su cui mettono capo tutti gli assi di rotazione, rendendo in tal modo semplice e facilissima anche da persone inesperte la smontatura dei singoli pezzi. Tutte le ruote, eccettuete quelle che servono alla carica dei pesi motori, che di solito sono in ferro fuso, si costruiscono in getto d'ottone con i relativi assi e rocchetti o pignoni in acciaio tutto fresato a nuovo sistema, scorrenti sopra cuscinetti di apposita lega in bronzo. Tra le diverse specie di scappamenti che la Fabbrica adotta, viene preferito quello ad Ancora di Graham (...) Il pendolo ordinariamente è composto di un asse di legno noce portante una lente molto pesante, perché risenta il meno possibile le variazioni atmosferiche. La Fabbrica però adotta anche il pendolo a compensazione se il Committente lo preferisce, come pure scappamenti speciali a forza costante (...) possono costruirsi in modo che battano le sole ore, come pure le ore e mezzore ovvero ore e quarti e ancora con ripetizione delle ore ad ogni quarto cioè a grande soneria; ed infine vi può essere munita la suoneria d'ordine per gli opportuni avvisi dell'alba, mezzogiorno, entrate nelle scuole, uffici, stabilimenti etc... La carica di essi può essere di trenta ore o otto giorni. I nostri orologi sono muniti di corda metallica per il sostegno dei pesi motori, e questi ultimi a richiesta la Ditta può fornirli in ghisa."

Officina della "Solari" nel 1922
Gli orologi partivano sempre dalla fabbrica smontati, in grandi casse di legno, e un socio della ditta aveva il compito di fare il viaggio per l'installazione; solitamente il vitto e l'alloggio erano forniti dalla committenza della quale il montatore era ospite fino al completo funzionamento dell'orologio. La "Solari" fornì un orologio anche alla torre del palazzo reale di Cettigne (allora capitale del Montenegro), dimora paterna della regina Elena, imparentata con la famiglia degli Zar di Russia. La qualità di questi orologi è dimostrata, oltre che dal numero delle committenze che ha portato i prodotti Solari su tutto il territorio friulano, nel veneto, nell'Istria, in Dalmazia, Grecia e oltre oceano, anche da una medaglia ricevuta all'Esposizione Internazionale di Vienna nell'ultimo decennio del secolo scorso.
Tra le realizzazioni di maggior rilievo durante il 1800 sono da ricordare: l'orologio di Piazza Libertà a Udine costruito da Antonio Solari quondam Giacomo e i figli Giovanni e Leonardo nel 1852 e quello di Piazza dell'Unità a Trieste costruito dai fratelli Giovanni e Leonardo nel 1875. Entrambi azionano due coppie di mori giganti che battono le ore: quelle di Udine, in lega di rame, sono state realizzate nel 1850 da Olimpio Cescutti su modello del Luccardi; quelle di Trieste, in fusione di bronzo, ideate da Giuseppe Bruni nel 1873 e recentemente sostituite fedelmente riprodotte. L'orologio del Palazzo delle Poste di Padova, realizzato nel 1867 da Giovanni e Leonardo Solari, è dotato di uno scappamento a caviglia quale variante rispetto all'usuale scappamento ad àncora.
Durante la prima guerra mondiale i Solari perdettero, tra le altre cose, tutti gli stampi in ghisa custoditi in una fonderia nei pressi della stazione ferroviaria di Udine. Nel 1920, accanto agli impianti per la lavorazione degli orologi da torre, furono installati strumenti moderni per la lavorazione di qualsiasi tipo di orologio, da quello elettrico a quello di controllo, all'orologio universale conosciuto come "Fusorario D' Ambrosio" che segna l'ora legale unitamente all'ora media di ogni meridiano. Negli anni trenta vennero realizzate altre soluzioni innovative grazie all'ingegno di Remigio Solari che migliorò la produzione tradizionale sulla base dell'esperienza fatta durante la prima guerra mondiale come tecnico specialista nel Pirotecnico di Bologna, dov'era stato chiamato a realizzare automatismi meccanici per granate d'artiglieria.
Opera sua furono gli orologi per la Stazione di Santa Maria Novella a Firenze (a mensola bifacciale all'esterno, con ore sopra e minuti sotto con palette alte da 50cm a 1m) e per il Palazzo delle Poste e la Stazione Marittima a Napoli.

Orologio a scatto di pale installato sul fronte della stazione di Santa Maria Novella di Firenze

Orologio registratore a punte scriventi
Il primo consiste in un reticolo su cui in prospetto appaiono e scompaiono in bianco e nero dei rettangoli che, circa trenta alla volta, formano l'indicazione dell'ora in numeri romani e quella dei minuti in cifre arabe; tali indicazioni sono illuminate di notte dall'interno di ogni rettangolo. Il secondo ha un grande quadrante a lancette su torre, appaiato ad un uguale quadrante su un'altra torre che indica dati meteorologici. Gli orologi a puntine scriventi, creati da Remigio nel decennio 1930-1940 per le Ferrovie dello Stato, furono la sua ultima realizzazione alla F.lli Solari di Pesariis. Dopo la scissione dell'azienda, avvenuta nel 1939, i due rami staccati della famiglia Solari assicuravano continuità alla fabbricazione degli orologi rispettivamente a Pesariis con i fratelli Ciro, Alceo e Alfeo, e a Udine con i cugini di questi e cioè i fratelli Remigio, Remo, Ettore, Fermo e il cugino Ugo. Dopo il 1945, ampliati gli impianti dell'officina, immesse nuove macchine di precisione di fabbricazione nazionale, svizzera e tedesca, l'Amministrazione delle Ferrovie dello Stato commissionava alla Solari di Pesariis l'ottanta per cento degli orologi per le stazioni distrutte durante la guerra. Inoltre veniva commissionata la fornitura di orologi registratori di segnalamento e di blocco a punte scriventi che segnano l'ora esatta su diagrammi di carta paraffinata per il regolare funzionamento dei treni nelle complesse manovre alle stazioni e ai posti di blocco.
Successive realizzazioni furono l'orologio di controllo innovativo rispetto agli altri modelli esistenti: vennero ridotte notevolmente le misure della scatola contenente i meccanismi; la scheda veniva inserita in posizione frontale invece che rovesciata e la timbratura poteva essere elettrica. Quindi l'orologio a scatto di cifre, al quale si è poi aggiunto l'orologio calendario completamente automatico anche per l'anno bisestile (qui per la prima volta vennero utilizzate due mezze palette a caduta, preludio ai teleindicatori), che ha ottenuto brevetti in diversi paesi.

Orologio di controllo a scheda con timbratura elettrica

Orologio a scatto di cifra con pale verticali
Dopo il 1955 nascono i teleindicatori, creati come apparecchi per le stazioni ferroviarie indicanti le destinazioni, il tipo di treno e l'ora di partenza, comandabili a distanza, e formati da un sistema a rulli di palette. Per velocizzare la rotazione delle palette un elettromagnete ad àncora speciale permetteva di far fare all'intero rullo il giro completo in meno di un minuto. Queste moderne realizzazioni derivano dai prototipi utilizzati negli orologi per la Stazione di Santa Maria Novella di Firenze che in seguito hanno trovato sorprendente applicazione in molteplici automatismi secondo le più svariate esigenze. La storia plurisecolare degli orologi di Pesariis, tracciata dall'ingegno della famiglia Solari, costituisce un patrimonio culturale e tecnologico meritevole di essere evidenziato con una sintesi museale da ospitare in appropriata sede nella Val Pesarina.

 

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